Istituto per la storia del Risorgimento italiano
Radici
Presidenza Consiglio Ministri - Dipartimento della Gioventù

 La patria e la pietà. Gli anni di guerra, e dopoguerra, di un giovane cappellano romagnolo.

di Giovanni Tassani

 

Nella mia famiglia, di radice popolare, v’è sempre stata, da più generazioni, l’abitudine di conservare, oltre ai libri considerati necessari, oltre alle riviste e alle dispense poi fatte rilegare (per andare al primo Novecento: la Divina Commedia con le illustrazioni del Doré, “Le Cento Città d’Italia”, “La nostra guerra”, “Pro Familia”…), soprattutto le fotografie, in parte personali, in parte collegate alle attività sociali e di gruppo, che nel caso individuavano un preciso ambiente: quello cattolico – oratorio, parrocchia, Azione cattolica giovanile…- a fronte e in competizione col prevalente milieu postrisorgimentale romagnolo, molto laicizzato (e laicizzante le città, non solo a partire dai toponimi) quando non anticlericale, specie a Forlì. Custode in Cattedrale e nel convento di santa Dorotea, uomo di fiducia del vescovo Raimondo Jaffei, che lo vorrà per due volte “gerente responsabile”, come laico, necessario a termini di legge, dei fogli di battaglia cattolici affidati in realtà a membri del clero colti e sensibili - “Il Lavoro d’oggi” (1902-1908), nella stagione leoniana e in iniziale sintonia con Romolo Murri, e poi “Il Momento”, nato nel 1919 in prossimità del messaggio sturziano ai “Liberi e forti” - mio nonno Sante, uomo mite e autodidatta, svolse anche un ruolo nel “Fascio popolare cattolico” che, ad inizio Novecento, tentava di far i conti con la “democrazia”, rappresentata allora in città da repubblicani e socialisti con spirito spesso virulento e anarcoide, come nel caso delle pubbliche polemiche, poi dell’assalto, con infine rimozione per “instabilità”, da parte dell’amministrazione comunale, della Colonna della Madonna del Fuoco, protettrice di Forlì, nella piazza centrale, tra 1905 e 1909. C’è da dire che i cattolici forlivesi allora non si chiusero, ma all’altrui mobilitazione risposero con la costituzione di un proprio movimento d’avanguardia[1], mentre titolavano al patriota Silvio Pellico, compagno di prigionia allo Spielberg del forlivese Piero Maroncelli, uno dei loro gruppi giovanili. Famiglia dalle generazioni lunghe, mio nonno ebbe cinque figli: due femmine, Luisa e Maria, e tre maschi, Giuseppe (Peppino), Alessandro (Sandrino) e infine Antonio (Nino), mio padre. Alessandro si formò nel Seminario locale, ove i “maggiori” introducevano di nascosto il già sospetto, per “modernismo”, don Romolo Murri, anima del primo movimento democratico cristiano, ma anche di un più generale rinnovamento religioso e culturale. Da allora mio zio prese a leggere e a collezionare i testi di quell’abbozzato rinnovamento, che per più aspetti incrociava l’altro filone, cattolico-liberale, con mons. Geremia Bonomelli e Antonio Fogazzaro, e includeva i libri di padre Giovanni Semeria, l’antologia di Pagine religiose, a cura di B.C., iniziali di un altro prete sospetto, don Brizio Casciola, come gli scritti di commento al Vangelo di Antonietta Giacomelli, nipote di Rosmini. Alla ricerca di quei testi, in vista della costituzione in Urbino di un Centro studi universitario per la storia del modernismo, don Lorenzo Bedeschi riuscirà a farsene donare alcuni da mio zio, testimone di quel tempo, oltre cinquant’anni dopo, negli Anni Sessanta. Il resto della sua biblioteca, che è stata indubbiamente la fonte prima del mio interesse per la storia, è stata invece ereditata da me, insieme ai suoi ricordi di gioventù, che cominciai a riordinare a cent’anni dalla sua nascita, nel 1990, quando volli far stampare in opuscolo un suo ricordo a più voci[2].

E’ così che ora ritorno sul tema, invitato e sollecitato dall’avvio del progetto Radici, che si propone di rendere pubblica e fruibile la memoria personale e familiare, conservata nei cassetti e spesso destinata al cestino o al triste anonimato dei mercatini tipo Porta Portese.

Debbo dar conto innanzitutto della natura del fondo, limitatamente all’esperienza di cui parlerò in queste pagine, e che riguarda un periodo che va dall’ordinazione sacerdotale di mio zio, 18 aprile 1915, Chiesa di San Biagio a Forlì, e dalla quasi sua immediata mobilitazione e partenza ai primi di maggio, vivendo e attraversando tutto il conflitto e continuando ben oltre, fino al congedo dal servizio di cappellano militare in data 1° marzo 1922. Credo che quei sette anni, tra guerra e dopoguerra, siano stati fondamentali per il carattere di un giovane prete, importanti quanto i quaranta passati poi come arciprete in una parrocchia sulla Via Emilia, tra Forlì e Faenza: Villanova. Ne è testimonianza appunto il fondo che lui volle conservare, e che nella sua varietà comprende innanzitutto un epistolario composto soprattutto di cartoline postali, molte in franchigia militare, circa 250, più diverse lettere: da lui al padre Sante ed al fratello Peppino, mobilitato e ferito sul Carso nei giorni di Caporetto, e viceversa; da preti forlivesi della sua stessa generazione, anch’essi in diverse zone del fronte o da Forlì, ove operavano in varie situazioni e nella Casa del Soldato allestita nei locali del Seminario; da colleghi e commilitoni, tra i quali il comandante e gli ufficiali dell’Ospedale da campo 103, sistemato in Villa Pancera, a Schio, ove il cappellano militare Tassani, col grado di tenente, svolgerà servizio dal giugno 1916 alla fine del conflitto, dopo aver servito come sergente di sanità all’Ospedale da campo 107, tra Medana e Villa Blanchis, vicino al Podgora, zona particolarmente martellata da artiglieria e aviazione austriaci. Altra componente importante del fondo è quella fotografica: foto personali, foto di gruppo – e in particolare quelle qui pubblicate relative all’Ospedale 103 di Schio, in parte ingiallite negli originali, artigianali, come dimostra il piccolo formato, ed oggi “ottimizzate” – con i cognomi dei componenti scritti a tergo; foto di cimiteri di guerra, alla cui fondazione don Tassani parteciperà con le Sezioni Disinfestazione cui apparterrà con compiti di identificazione dei caduti e polizia mortuaria – sezioni mobili: la 24ma, dal maggio 1919, operante sull’Altipiano di Asiago; la 15ma dal luglio 1919 sul Grappa, la 17ma dal maggio 1920, alle dipendenze dell’Ufficio centrale per la cura e le onoranze alle salme dei caduti in guerra (Cosgc) in successione a: S. Pietro al Natisone, Chiusaforte, Prepotto, Tarcento, Lestans, Cortina d’Ampezzo, Monfalcone, Duino, fino al 1922 - e di cui pure si pubblicano alcune foto, relative a: Canebola (cerimonia d’inaugurazione), Val da Ros Clauzetto e Nasswand, con riproduzione delle Tre Cime; foto-cartoline di cerimonie militari , serie di cartoline del Reparto fotografico del Comando Supremo; cartoline illustrate di tutte le zone del fronte e dei paesi annessi, spesso ancora in lingua tedesca, che don Tassani imparerà ben a conoscere, passandovi tre anni interi di servizio e umile, quanto infaticabile, dedizione[3].

L’analisi dei contenuti epistolari del fondo, coniugato con la lettura delle fonti d’epoca edite a Forlì[4], permetterebbe senz’altro una ricostruzione di fatti e rapporti di solidarietà a distanza tra attori uniti attorno a solide convinzioni e principi: religiosi, patriottici, e nel dopoguerra anche politici. La distanza dalla città romagnola in tempore belli si fa ad esempio quasi struggente, aggiungendosi alla distanza dai familiari, in don Tassani come in altri preti cappellani o soldati, nel periodo della novena in previsione della festa della Madonna del Fuoco, patrona della città, tra fine gennaio e il 4 febbraio: usualmente con celebrazioni solenni, con un predicatore scelto in campo nazionale che attira un popolo fedele ancora praticante, nelle frazioni e in campagna più che in città. Quanto al patriottismo non è mai messa in discussione la bontà delle ragioni nazionali, in un conflitto che vede in campo non solo la causa degli italiani “irredenti”, ma anche la sorte riservata dal mondo germanico a “nazioni martiri”, e cattoliche, come il Belgio e la Polonia. Ritorna perciò il sentimento cristiano del sacrificio insieme con la bontà della causa per cui si combatte, che vuol ristabilire un principio di giustizia, in vista di una pace duratura. Ciò, nel linguaggio dell’epoca, è chiaramente affermato in un pubblico manifesto che Sante Tassani ha il compito di far affiggere in città e che trascrive in anteprima per il figlio don Sandrino al fronte, in lettera datata 13 agosto 1915.

 

Cattedrale di Forlì

Solenne funzione propiziatrice per le armi italiane

Cattolici!

Il 15 agosto si ricorda la glorificazione di Maria Assunta in Cielo. Un pensiero di grandezza e di vittoria sorge alla mente davanti alla scena che ci presenta Gesù Cristo in atto di incoronare la sua santa Madre. E senza dubbio quest’alba ridente sarà salutata con gioia dai figli che combattono sul campo dell’onore per la madre comune, dalle donne italiane raccolte attorno al deserto focolare in attesa della corona che gli eroi delle Alpi, del mare e del cielo porteranno da Trieste a da Trento. Noi pure nella Cattedrale ove l’immortale Cignani erigeva un monumento perenne alla Vergine Assunta in cielo, eleveremo a Dio la nostra più fervida preghiera. Stretti intorno all’Altare noi supplicheremo Maria perché da quest’ora fatidica esca un’Italia nuova, più santa, più forte e soprattutto un’Europa eretta sulle eterne leggi del vero, del bene, del giusto, e non sulla violenza. Uniamoci o Cittadini, ai nostri soldati che in quest’ora sentono più efficace la potenza della preghiera. Uniamoci colle Autorità, civili e militari, che nella Messa solenne delle ore 11, assistita pontificalmente da S.E. Rev.ma Mons. Vescovo, interverranno a propiziare Iddio sull’esercito e sulla armata. E valga la supplica comune a far sì che i nostri giovani, rinfoderando per sempre le spade, dopo di essersi elevati e purificati alla prova del sangue, ritornino fratelli al lavoro, allo studio, alla vita civile, e trovino noi pure affratellati e santificati dalle ansie dell’attesa.

Il Comitato Promotore

 

Durante il conflitto l’azione del cappellano al campo, a contatto con feriti e morenti, è in gran parte di guida spirituale e morale, cui sovvengono periodici, opuscoli, che fan capo a vari organismi: dall’Azione cattolica giovanile, che pubblica: “Mentre si combatte”, all’ordinariato militare che pubblica “Il prete al campo”, con una scheda per il soldato, all’Ufficio per le notizie alle famiglie dei militari, con sede a Bologna, agli opuscoli e libri di Rodolfo Bettazzi, che anima la Lega per la moralità. Sono sussidi utili ed efficaci, in parte distribuiti ai feriti e nelle trincee, spesso citati nella corrispondenza del fondo, accanto ai fogli ed alle pubblicazioni della città d’origine.

Particolarmente significativo è l’affiatamento tra ufficiali, soldati e ricoverati, che riesce a concretizzarsi tra 1916 e 1917 all’ospedale 103 di Schio. Le fotografie di gruppo pubblicate si riferiscono a tale periodo, destinato a mutare con gli avvicendamenti che interverranno ad inizio del 1918. Importante nel realizzarsi di questo clima è la personalità del Comandante, il maggiore Francesco Galdi, destinato al fronte su sua richiesta provenendo egli dall’Ospedale militare di Napoli, ove è libero docente in Clinica medica in Università. Una lettera inviata al suo ex cappellano, dopo il suo rientro a Napoli, l’8 febbraio 1918, ne ricapitola i sentimenti: 

Carissimo Don Tassani,

mi scuserà se non ho risposto subito alle Sue gentili cartoline. Mi sono scusato anche con Gagliardi per il mio silenzio, il quale è stato determinato da un eccesso di lavoro che ho proprio in questi giorni.

Lei a poco a poco diventa lo storico del nostro antico Ospedale, in cui le trasformazioni vanno succedendosi quasi di giorno in giorno. Ed, a quanto pare, le trasformazioni riguardano anche le coscienze degli uomini, alcuni dei quali si rivelano sotto altra luce. Ma noi non vogliamo qui occuparci di piccole miserie, le quali finiscono per annoiare, mentre i nostri bravi soldati si coprono di gloria nell’eroica resistenza al nemico.

Questa è la parte buona della faccenda, non esclusa l’altra parte buona che è quella della nostra amicizia, basata, e con lunga prova, sulla reciproca stima e sul reciproco affetto.

Voglio augurarmi che almeno Lei sia conservato, come pietra miliare, all’antico edificio morale, visto che anche Gagliardi dovrà andar via per ragioni di salute.

Di Quercia ho avuto il nuovo indirizzo, ma Avogaro non mi ha scritto ancora della nuova residenza. Credo che mi scriverà. E del capitano Pettazzi che cosa ne è stato? Fu solamente di passaggio per costì o vi rimane tuttora?

Come sarei contento se potessi rivivere un’ora in mezzo a quei soldati che mi volevano veramente del bene! Ma lasciamo stare le fantasie…

Si conservi, carissimo don Tassani, in ottima salute e mi ricordi sempre come io La ricordo con sincero affetto.

Mi creda con cordiali auguri e un lungo abbraccio

Suo aff.mo

F. Galdi

 

Galdi sarà congedato il 1° aprile 1919 col grado di colonnello. Sarà destinato ad una brillante carriera scientifica ed accademica, nelle Università di Cagliari, Bari e Pisa[5].

Con la fine del conflitto anche i cappellani militari vengono congedati, a partire da quelli di età maggiore: don Tassani, ventottenne, è tra i più giovani ed il suo servizio si renderà invece ancora necessario, come s’è detto, nell’opera di recupero e raccolta dei corpi dei caduti nei vari cimiteri di guerra che verranno via via inaugurati sui diversi luoghi del fronte. Tre anni di ulteriore servizio, di cui la corrispondenza ci restituisce un elemento inedito, frutto conseguente l’entusiasmo per la vittoria e la pace raggiunta: il desiderio di un nuovo, necessario, impegno pubblico dei cattolici, riconciliatisi con la nazione. E ciò si manifesta in don Tassani nell’occhio molto attento, e comparativo con la situazione romagnola, verso le condizioni sociali, religiose e politiche, a volte radicalmente diverse tra loro, delle città e dei paesi del Veneto e del Friuli. Attenzione particolare è rivolta alle Leghe bianche ed al nascente Partito Popolare, ed a giovanissimi leader emergenti come nel caso di Tiziano Tessitori. A titolo d’esempio e incitamento don Tassani invia continuativamente a Forlì i fogli più significativi di tali ambienti: non solo ai familiari ma, tra gli altri, a colui che sarà il direttore dell’organo cattolico, filo-popolare, forlivese – “Il Momento” – vale a dire il suo ex collega di seminario, don Giuseppe Prati, don Pippo[6]. Va a iniziare così un altro capitolo di storia.



[1] L. Bedeschi, L’Avanguardia Cristiana e i cattolici democratici nel forlivese, Quattro Venti, Fondazione Romolo Murri, Urbino 1992.

[2] L’arciprete di Villanova. Ricordi e testimonianze, Forlì 1990.

[3] V. il rapporto al Vescovo di Forlì, datato Udine, 31 marzo 1922, a firma Col. V. Paladini, Capo Ufficio centrale Coscg, in cui si dà conto della tenacia, abnegazione, e del conforto dato ai familiari dei caduti da parte del cappellano Tassani, con la conclusione non formale: “Lascia tra i militari e gli Ufficiali che lo conobbero, ottimo ricordo , e vivo desiderio di sé”. Non diversamente dall’Ufficio parrocchiale di Schio, in data 21 aprile 1919, al termine del servizio di don Tassani nell’ospedale da campo 103, si rivolgeva al Vescovo di Forlì l’arciprete Elia Dalla Costa, poi vescovo di Padova e infine cardinale di Firenze, riferendo di costante zelo e lodevolissima condotta.

[4] Per parte cattolica sono ricchi di annotazioni sull’azione svolta per i soldati presenti temporaneamente in città, sulla mobilitazione delle donne per il confezionamento di indumenti da inviare al fronte, sull’apertura dei conventi  ai profughi dal Veneto dopo Caporetto, sulla dislocazione dei sacerdoti richiamati al fronte, nonché per il raggiunto accordo con l’amministrazione comunale repubblicana: il “Bollettino Ufficiale della Diocesi di Forlì”, il periodico “La Madonna del Fuoco”, che vede la luce nel giugno 1915, ed i quattro numeri unici illustrati, uno per ogni anno di guerra, dal ’15 al ’18, de “La Casa del Soldato”. Di tali fonti chi scrive s’è servito per il compendio: G. Tassani, La Chiesa forlivese e la Grande Guerra, “La Piê”, n. 4, luglio-agosto 1993. 

[5] Vedi il profilo: S. Vicario, Galdi, Francesco, in: Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 51, Roma 1998.

[6] Sulla figura di Don Pippo, amato dai forlivesi come il “parroco della città”: AA. VV., Mons. Giuseppe Prati. Aspetti e momenti dell’apostolato di Don Pippo a Forlì, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1977, con prefazione di Antonio Piolanti, forlivese, segretario della Pontificia Accademia Teologica Romana e già Rettore della Pontificia Università Lateranense.