Rassegna storica del Risorgimento

MAZZINI GIUSEPPE LETTERE; MUSEO DI RIVOLI VERONESE
anno <1982>   pagina <339>
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Libri e periodici 467
particolare di arare su un campo, quello regionale, che per quel che ci risulta non ha avuto in Italia molti precedenti, a parte il fondamentale lavoro di Alberto Caracciolo sul movimento contadino nel Lazio. La Sicilia meritava uno stadio particolare per le sue caratteristiche, evidenti nel primo decennio di questo secolo; uno studio particolare, anche per sfatare e correggere, in via preliminare, l'eventualità di una confusione tra ciò che, rispetto al Nord, poteva sembrare soltanto stagnazione, mentre era piuttosto un sottosviluppo che aveva consegnato le sorti dell'isola a una condizione di inferiorità strutturale comune a tutte le ragioni meridionali. E qui il Marino può vantare di avere nel passato compiuto studi eccellenti come, ad esempio, quello sul meridionalismo della Destra storica nel 1970, sul socialismo nel latifondo nel 1972, sulla formazione dello spirito borghese in Italia nel 1974 e infine su partiti e lotta di classe in Sicilia nel 1976: un continuo e armo­nioso procedere in avanti in questo fondamentale assunto di volere fare luce sui rapporti tra città e campagna in Sicilia, un problema che, per quanto riguarda la storia contem­poranea, non ha avuto troppi precursori nell'isola, se ne escludi Francesco Renda e Giu­seppe Giarrizzo, autori dai quali il Marino ha tratto, sviluppandole poi in modo del tutto autonomo e originale, non poche sollecitazioni.
Affrontando, dopo queste premesse necessarie per inquadrare il singolare contributo del nostro A., Pesame del momento storico trattato dal libro, c'è da chiedersi quale fosse la situazione dell'isola agli inizi del secolo a fronte dei processi di sviluppo dell'Italia set­tentrionale. Le province dell'Italia del Nord avevano già avuto il loro decollo organizzativo ed economico e questo decollo aveva palesato la sua scelta non equivoca nel campo indu­striale. La Sicilia, invece, aveva fatto, in concordanza con il suo status storico, la sua scelta nel campo agricolo. Nell'uno e nell'altro caso si era trattato di ce complesse architetture ege­moniche di privilegi gerarchizzati come il Marino (p. 13) mostra di ritenere. Si può aggiungere che nel Nord l'iniziativa, fin dal tempo del viceregno austriaco, era rimasta perennemente nelle mani di classi dotate di mezzi e di volontà imprenditoriale e di orien­tamento capitalistico, mentre l'isola ha fortemente subito le conseguenze dei meccanismi di potere innescati da quello stato ombra (quello stato nello Stato individuato da Santi Romano) configuratosi, nel profondo della società siciliana, sotto il segno della mafia, col­laboratrice e fors'anche braccio secolare dell'antico baronaggio, ancora ramificato e potente nel blocco agrario studiato da Marino.
Quel che ci sembra caratterizzi questo lavoro del Marino è l'ipotesi di una schiac­ciante preminenza della campagna sulla città nell'assetto strutturale siciliano durante l'età giolittiana. Particolare risalto è dato, nell'analisi delle forze sociali delle campagne, agli interessi specifici della massa bracciantile che veniva a trovarsi e schiacciata dall'alto e dal basso contemporaneamente e reagiva soprattutto con l'emigrazione al progressivo pro­cesso di impoverimento, mentre qualcosa, nonostante tutto, andava avvenendo a vantaggio di alcune fasce privilegiate di contadini sotto l'impulso del riformismo giolittiano. Questa problematica, per la verità, non era sfuggita nei suoi termini generali a Giuliano Procacci (La lotta di classe in Italia agli inizi del secolo XX, Roma, 1970), né per i suoi partico­lari aspetti siciliani nel secondo lustro del secolo, ad Enrico La Loggia (Contributo a nuovi studi sulle affittanze collettive in Sicilia, in La cooperazione siciliana, Palermo, 15 ottobre 1912, n. 20); è, però, merito del Marino quello di averla approfondita, verificandola con i dati relativi al movimento demografico, ai redditi agricoli e ai salari, senza di che sarebbe rimasta una mera ipotesi di tematica politica. Il nostro A., individuandone le sorgenti nella particolare politica del giolittismo che mirava ad imbrigliare nella sua logica sia le orga­nizzazioni socialiste, sia quelle cattoliche, riesce, per esempio, a cogliere e ad analizzare il rapporto tra i dati strutturali e i fenomeni di protesta sociale come quelli che die­dero esca all'eccidio di Grammichele (15 agosto 1905), una strage che costò diciotto morti e circa duecento feriti. È chiaro che in situazioni del genere scappa sempre fuori il brac­ciante esagitato (in questo caso Lorenzo Grasso) che pronuncia parole e minacce incon­trollate, in una condizione psicologica analoga a quella dell'ufficiale (tenente Nino Testa) che perde il dominio dei nervi e ordina il fuoco, donde il rituale di acerbe proteste di parte socialista nel Paese, Epperò ci permettiamo consigliare l'autore di vedere un po' piò